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Diario del Jamboree del Centenario
(di Condor)


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La partenza e l'arrivo
Sono tornato dal campo estivo il 25 luglio e il 26 l'ho passato interamente a preparare lo zaino ed a comprare tutte le cose che mi sarebbero servite. La partenza era fissata per il 27 luglio alle ore 7.55 da Fiumicino ma già alle 6 dovevamo essere al terminal B. Tutti avevano paura (me compreso) che lo zaino superasse i 15 Kg massimi consentiti e molti infatti quella soglia l'hanno superata, me compreso. Uno o due chili che non hanno creato alcuna complicazione.
Gasati più che mai abbiamo sorvolato l'Italia, la Svizzera e la Francia per atterrare al London City Airport con il nostro piccolo Jet Privato della AirOne (ceravamo solo noi e due passeggeri!). Una volata d'un paio d'ore.
Arrivati, abbiamo avuto il primo impatto con l'organizzazione inglese: abbiamo dovuto aspettare ben 3 ore perché ci venissero a prendere. A Londra c'eravamo alle 10.20, ma dall'aeroporto siamo usciti solo alle 13.30, che però, secondo il fuso orario, significavano le 14.30. Altre due ore di pullman per arrivare al gigantesco campo del Jamboree.
Non ci sembrava vero, eravamo arrivati!!!
Il nostro sottocampo era il primo che si incontrava lungo la strada: the Beach subcamp, un'immensa prateria dove ogni tanto sbucavano degli igloo.
Ogni sottocampo era suddiviso in quadrati dove ogni reparto avrebbe dovuto costruire i propri igloo, il tendone per i tavoli e le panche e un tendone per metterci sotto la cucina. Le tende venivano date dal contingente ed i tendoni dal Jamboree. Le nostre tende, forniteci dall'AGESCI erano veri, enormemente alte (1.80m!), per tre persone e della scout-tech.
Il 27 l'abbiamo passato interamente a costruire le tende, i tendoni, prendere tutte le cose che ci sarebbero servite per cucinare (la cassa cucina fornita di batteria, fornelli,...bombole del gas).
I capi ci spiegarono come funzionavano le giornate, quindi la sveglia, il pranzo,..., ci diedero i nostri fazzolettoni del Jamboree (che aveva i colori della pace), il nostro badge (scheda magnetica di riconoscimento) e noi cominciammo a conoscere l'immenso posto che ci ospitava e a dare subito il via ai primi scambi di pecette.
Nel sottocampo si potevano trovare nazioni di ogni genere, di cui, magari, non avevi mai sentito parlare o magari talmente lontane da non averle mai prese in considerazione. Ecco che il sogno di poter vedere persone di differenti nazioni, colori e religioni che iniziano a convivere, senza costruire muri fatti di odio e di armi era diventato realtà! Io avevo visto solo il mio sottocampo e quello già mi sembrava un mondo nuovo, non potevo immaginare cosa avrei visto il giorno dopo...
Insieme al mio compagno di tenda Eugenio, mi sono dato subito all'esplorazione del posto, cercando di interpretare la cartina. Siamo finiti dall'altra parte del campo e siamo stati fermati da alcuni colombiani, con cui abbiamo passato la serata. Come se niente fosse ci siamo messi a parlare ed a scherzare di tutto. Dovunque andassi la gente ti salutava e tu salutavi loro. Ti chiedevano come stai? tutto a posto? e te gli rispondevi non c'è male, te? E si passava al prossimo. Non c'era una sola persona che non ti salutasse e che non perdesse l'occasione per iniziare un discorso chiedendoti la tua provenienza. Non sembrava vero che la gente fosse tutta così cortese e sembrava che tutti si conoscessero già da millenni. Il rischio di non fare amicizia, o di non riuscire a parlare con persone provenienti dall'altra parte del globo non esisteva. Se tu non eri abbastanza estroverso da iniziare il discorso con qualcuno, lo avrebbe fatto qualcun altro per te ed il tempo intorno a te si fermava. La mancanza di conoscenza dell'inglese da parte delle persone non creava una barriera insormontabile, perchè i gesti, i sorrisi, le smorfie permettevano di capirsi ugualmente.
Perso in questo nuovo mondo tutto da scoprire, Eugenio ed io, siamo riusciti ad arrivare subito al primo appuntamento in ritardo prendendoci una ramanzina di Andrea. Ci siamo subito messi in cattiva luce, anche se i nostri propositi erano tutt'altro che negativi.
La prima giornata è stata faticosa e il posto ancora troppo grande e sconosciuto per noi. Il cibo che la cambusa ci aveva dato e che noi avevamo cucinato ci era rimasto sullo stomaco: un minestrone con pastina, verdure, carne e per fortuna che non c'era anche la frutta dentro!!! La terra era ancora un po' molliccia dai giorni precedenti dove le alluvioni avevano infangato tutto. La notte stessa, mentre noi dormivamo, una piccola tempesta si era abbattuta su Hylands Park, ma il nostro sonno era troppo pesante perchè qualcuno si potesse accorgere della pioggia.

Ecco gli orari delle singole giornate:
06.30 sveglia (chi doveva fare cambusa si svegliava alle 6.00), colazione, pulizia personale
07.30-09.00 partenza e trasporto alle attività
09.30-12.30 attività
12.30-14.00 pausa pranzo
14.00-17.00 attività
17.00 ritorno al campo, cena
20.00 attività serali, attività di sottocampo
22.30 ritorno nei propri angoli
23.00 silenzio serale (taps)

Ovviamente questi orari sono stati dati per dare una struttura della giornata. Nessuno si azzardava ad andare a dormire alle 23, come le attività non incominciavano mai all'ora prestabilita ed il tempo perso veniva sottratto alla pausa pranzo che per lo più durava solo 30 minuti.
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