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Terraville
La giornata del 30 è stata povera di emozioni e senza grandi cose da narrare, comunque un'attività l'abbiamo fatta.
Prima però, vi racconto qualcosa di Hylands Park.
Passiamo oltre la questione sveglia mattutina, come al solito guastata dai greci con il loro Kalimera.
La colazione offriva come tutti i giorni due fette di pan carrè, margarina, marmellata d'arancia (non quella famosa
ottima inglese, bensì una molto, ma molto scadente seppur inglese), zucchero, latte e cioccolata, tè, kellog's e
del succo d'arancia.
Qualche minuto per lavarsi un minimo, per vestirsi e per preparare lo zainetto.
Quel giorno non ci saremmo dovuti spostare molto, o per lo meno, non avremmo dovuto prendere il bus.
Dovevamo infatti andare solo dall'altra parte del campo, il che voleva dire una buona mezz'oretta di camminata.
Vi voglio spiegare un po' come era fatto questo campo: il centro era stato immaginato come un orologio costruito
interamente con filagne.
Era un orologio alto circa 5 metri dal quale la sera venivano fuori luci da discoteca e sotto c'era una fontana.
Il campo era diviso in aree e l'orologio era il centro della "plaza".
Intorno a questo orologio da una parte si trovavano i negozi scout, dove si potevano comprare aggeggi con il simbolo
del Jamboree o del centenario, dall'altra c'erano le basi di ogni nazione, la nostra si chiamava "casa Italia".
Tutte queste basi, che poi erano dei semplici tendoni bianchi simili al nostro fiesole, formavano, visti dall'alto,
un giglio.
Molto carina come idea, peccato che non se ne fosse accorto nessuno fino alla fine del Jamboree quando, sul giornaletto,
è comparsa una foto del campo fatta dall'alto.
Dietro ai negozietti c'era una grande casa simile alla Casa Bianca, che nessuno sapeva cosa ci stesse a fare, e da
lì si andava nel settore "mountain" dove c'erano i sotto campi: Volcano, Canyon, Glacier e Plateau.
Spostandoci da lì verso l'area nord ovest del campo si arrivava al settore "desert" che aveva i sotto campi: Dune,
Oasis, Tundra e Wadi.
Dietro alle basi invece, c'era il settore "Ocean" dove c'erano i sotto campi: Fjord, Atoll, Beach, Harbour.
Sopra questo settore c'era il "tropical" composto da: Lagoon, Rain Forest Jungle Mangrove.
I sotto campi di solito erano divisi da una strada principale ed erano disposti uno di fronte all'altro.
Camminando verso nord ovest si arrivava all'area adulti, che era molto vasta, ma molto semplice: c'erano solo tende
e un paio di tendoni dove si trovavano i bagni e gli internet point.
In quest'area dormivano gli IST (international service team), che erano i capi che incontravi alle attività, che
guidavano le macchine, i medici, i capi contingente,... Ogni area aveva di suo, in uno dei sottocampi, un punto
ristoro, un internet point e vari bagni e docce.
Sulla strada dall'orologio alla "Casa Bianca" si incontravano molti ristoranti costruiti dalle singole nazioni,
dove però era impossibile richiedere una birra se non quelle analcoliche.
Sempre dall'orologio, andando verso il sud si andava alla entrata principale del Jamboree, da dove però solo
pochissimi sono entrati, di solito si entrava e usciva da una uscita secondaria.
L'entrata consisteva in un normalissimo portico con in mezzo il simbolo del Jamboree e sui lati della strada che
portava dentro le bandiere delle singole nazioni.
Verso nord rispetto all'orologio si arrivava all'Arena, il grande palco dove facevano tutte le manifestazioni, e
per arrivarci si costeggiavano i tendoni del Global development centre, dove erano organizzazioni umanitarie.
Dietro l'Arena c'era il posto dove si faceva l'attività "Trash", di cui parlerò più in là.
La forma dell'intero campo era indefinibile.
Si può dire che assomigliasse lontanamente ad un rettangolo.
Tutto era ornato con luci, bandiere, visi felici e contenti e una serie infinita di steward che controllavano che
tutto andasse bene.
Alberi spuntavano da tutte le parti e il verde era l'unico colore visibile per terra.
L'attività del giorno si sarebbe dovuta svolgere dietro ai sottocampi del "desert", per me quindi dall'altra parte
del campo.
L'attività si chiamava Terraville e consisteva in un campo molto vasto pieno di quei tendoni bianchi in cui ogni
nazioni ha scelto un gioco, una prova o una tradizione da presentare ai ragazzi.
Era possibile anche che una nazione avesse più di un tendone; dipendeva dalle attività che avevano preparato.
Prendiamo ad esempio gli olandesi, che avevano messo su tre stand: nel primo veniva fornito di uno zoccoletto di
legno che dovevi dipingere a piacere (il mio l'ho colorato di ciclamino, perchè non potevo portare quello del
gruppo).
Una volta asciugato il colore si poteva adoperare come porta fazzolettone, perchè bucato ai due estremi.
Il secondo stand era molto simile, solo che, al posto dello zoccoletto di legno, ti davano una piastrella bianca e
ci dovevi disegnare sopra, ma solo con le varie tonalità del blu.
Il terzo stand consisteva in una danza con gli zoccoli: questa volta ti davano degli enormi zoccoli da mettere al
posto delle scarpe e una signorina, poverella vestita da tipica contadina olandese, ci insegnava a danzare secondo
una musica.
Dico poverella perchè facevano si e no trenta gradi.
Il vestito le copriva tutto il corpo e doveva essere pesantissimo.
Questo era un esempio, poi tutte le nazioni facevano giochi più o meno conosciuti.
Quello che più mi è rimasto impresso è stato quello indonesiano, che aveva messo a disposizione degli strumenti
musicali.
Questi erano fatti di canne di bambù e, per farli fare una nota, bisognava scuoterli.
Ogni strumento poteva fare solo e sempre la stessa nota.
Avevano messo fuori a disposizione quattro intere ottave, il che significa 32 strumenti del genere.
Il suono era bellissimo e la musica che si poteva fare stupefacente.
Durante la pausa pranzo ci è stato mostrato un finto duello medievale a cavallo.
Quattro cavalieri su cavalli (veri), che lottavano fra di loro per vincere, cosa non si sa bene, ma per vincere.
Il resto della giornata l'abbiamo passato ancora a girare fra gli stand, da quelli della cucina a quelli delle
abilità, da quelli che richiedevano uno sforzo fisico a quelli che ne richiedevano uno mentale.
Insomma c'erano giochi di tutti i generi.
Nel frattempo si faceva anche amicizia con qualche altro ragazzo facendo insieme un'attività.
E' stato il momento di maggior incontro tra le culture e di scambio di giochi.
Siamo tornati al campo alle 5 per farci finalmente per la prima volta una doccia.
I miei vestiti si erano bene o male asciugati e la serata era molto promettente.
Dopo aver cucinato, siamo andati immediatamente via, senza assistere ai giochi organizzati dal sottocampo, che a
parte uno erano molto scadenti.
Quella sera, prima di fare la preghiera serale, il mitico e grandissimo Don Pedro ci ha raccontato una parabola che
mi è rimasta impressa: "Un giovane chiese alla sua guida: 'secondo lei, che tempo farà?', e la guida rispose: 'il
tempo che voglio io'. Il ragazzo si stranì e chiese: 'come il tempo che vuole lei?'. La guida allora gli rispose:
'Certo, il tempo che voglio io. Io ho imparato che non posso avere sempre ciò che voglio, quindi ho imparato a farmi
piacere ogni cosa che mi viene data, così so per certo che avremo il tempo che mi piace.'
La morale della parabola la lascio a voi e vi lascio un nuovo pensiero del Time to think:
If you wish to see the valleys, climb to the mountain top; if you desire to seek the mountain top, rise into the
cloud; but if you seek to understand the cloud, close your eyes and think.
The eye sees only what the mind is prepared to comprehend.
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